Le obiezioni rigoriste al welfarismo europeo. L’allarme dei liberal americani. L’idea pazza del “default controllato”
Vecchiaia e debito, quelle zavorre insostenibili dell’Europa
Agli Stati Uniti il destino potrebbe riservare una “stagnazione secolare”, un lungo periodo di crescita e occupazione in rialzo ma comunque al di sotto degli standard pre 2008, almeno se si prendono sul serio osservatori come Larry Summers, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti e già capo dei consiglieri economici del presidente Obama. All’Europa potrebbe andare perfino peggio: allo scenario della “stagnazione secolare” rischiano di aggiungersi da subito un andamento demografico e un debito pubblico insostenibili.

Agli Stati Uniti il destino potrebbe riservare una “stagnazione secolare”, un lungo periodo di crescita e occupazione in rialzo ma comunque al di sotto degli standard pre 2008, almeno se si prendono sul serio osservatori come Larry Summers, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti e già capo dei consiglieri economici del presidente Obama. All’Europa potrebbe andare perfino peggio: allo scenario della “stagnazione secolare” rischiano di aggiungersi da subito un andamento demografico e un debito pubblico insostenibili. Su questa analisi, a sorpresa, concordano sia gli alfieri europei del rigore fiscale sia alcuni dei più noti pensatoi liberal nordamericani; è il caso di Inet e Cigi, i due think tank ideati da George Soros (finanziere) e Jim Balsillie (fondatore di BlackBerry), riuniti in questi giorni a Toronto, in Canada, per dei seminari. Quello su cui questi esperti americani non hanno dubbi, però, è che sia il momento di ragionare su un tema spesso considerato tabù in Europa, cioè la “ristrutturazione” dei debiti pubblici, l’idea quindi di far ritornare i debiti statali a una dimensione sostenibile anche a costo di imporre perdite inaspettate ai creditori. Ancora ieri invece la cancelliera tedesca Merkel, in visita ad Atene, non si è pronunciata esplicitamente su una possibile riduzione coatta del debito greco. Oggi il rapporto debito pubblico/pil di Atene è tornato a superare il 170 per cento (dopo che nel 2012 era stato ridotto di 40 punti, al 157 per cento, imponendo perdite ai creditori privati), e secondo molti osservatori prima o poi si dovrà ricorrere a un altro default controllato. E’ giusto non parlarne nemmeno? Gli economisti convocati da Soros e Balsillie non la pensano così. “Oggi il rapporto debito pubblico/pil ha superato i 105 punti percentuali nei paesi avanzati. Così in alto si era arrivati soltanto dopo i due conflitti mondiali”, dice al Foglio Brett House, Senior fellow di Cigi e alle [**Video_box_2**]spalle una carriera da economista tra Nazioni Unite e finanza privata. Ora però la sostenibilità dei debiti, a giudicare dall’andamento al ribasso degli spread, non sembra il primo problema dell’Eurozona: “Ci si sbaglia anche stavolta. D’altronde, digitando su Google l’espressione ‘fine della crisi’ seguita da un anno a sua scelta tra il 2009 e il 2013, vedrà quante volte ci si è illusi. La verità è che la ripresa sarà debole, e che inoltre l’evoluzione demografica – tra tasso di partecipazione alla forza lavoro in calo e maggiori impegni finanziari per pensioni e sanità – farà crescere di 5-10 punti di pil la ‘spesa sociale’ nei paesi avanzati. In Europa, a tutto ciò, va aggiunta la tendenza di bassa inflazione che fa aumentare il peso reale dei debiti”, tendenza che ancora ieri l’Amministrazione Obama ha invitato a contrastare con una politica monetaria più espansiva. Cigi, per questo, sta suggerendo al Fondo monetario internazionale di creare un forum di dialogo dove debitori e creditori dei paesi industrializzati possano confrontarsi su base continuativa. “La retorica dominante in Europa, per cui soltanto i debitori sarebbero ‘irresponsabili’, non aiuta ad affrontare il tema della ristrutturazione dei debiti – ha detto ieri a Toronto Arturo O’Connell, senior advisor della Banca centrale argentina – Come è possibile, per esempio, che banche e Autorità di supervisione di Francia e Germania non abbiano avuto nulla da dire in passato sui troppi prestiti concessi all’economia greca? Anche i creditori sbagliano”. E quindi, sottinteso, possono essere chiamati a subire perdite. Quello argentino non sarà un caso di scuola, considerate le difficoltà odierne di Buenos Aires pur dopo il default dei primi anni 2000, ma “la ristrutturazione di alcuni debiti pubblici europei” rimane “una condizione minima per la sopravvivenza dell’Eurozona”, ha concluso ieri Martin Wolf, commentatore economico del Financial Times.